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Scoperte straordinarie sul DNA della Sindone: la mappa genetica di un reliquiario

Un team di ricercatori italiani ha analizzato il DNA della Sindone di Torino, scoprendo un ricco archivio biologico che racconta secoli di storia e contaminazioni.

Scoperte straordinarie sul DNA della Sindone: la mappa genetica di un reliquiario

La Sindone di Torino, conservata nel Duomo di Torino continua a rivelare nuovi segreti. Uno studio internazionale, pubblicato su Scientific Reports e guidato dai professori Alessandro Achilli dell’Università di Pavia e Gianni Barcaccia dell’Università di Padova, ha svelato le numerose contaminazioni ambientali e interazioni antropiche accumulate sul tessuto nel corso dei secoli.

Le indagini sono state condotte su campioni prelevati nel 1978 e rianalizzati recentemente, offrendo una mappatura dettagliata delle tracce biologiche presenti sulla Sindone. Questo studio non solo arricchisce la nostra comprensione del reliquiario, ma evidenzia anche i limiti e le sfide dell’analisi metagenomica.

Le tracce genetiche umane sulla Sindone

L’analisi dei campioni ha identificato una linea genetica mitocondriale predominante, caratteristica degli ebrei ashkenaziti che corrisponde esattamente a quella del professor Pierluigi Baima Bollone responsabile del prelievo dei campioni nel 1978. La presenza di cheratine e altre proteine della pelle, rilevate tramite analisi proteomica, suggerisce che le procedure di prelievo non erano sterili, ad esempio senza l’uso di guanti.

Oltre alla linea genetica predominante, sono state individuate altre tracce genetiche umane compatibili con popolazioni dell’Eurasia occidentale e dell’area mediterranea. Questi risultati indicano che la Sindone ha accumulato tracce biologiche da numerose fonti nel corso dei secoli, creando un complesso archivio genetico.

Il microbioma e le contaminazioni ambientali

Sul tessuto è stato ritrovato un ricco microbioma, comprendente microrganismi tipici della pelle umana e comunità di archei, batteri e funghi associabili ad ambienti salini. Inoltre, sono state individuate tracce genetiche di corallo rosso, piante coltivate come carota, grano, mais, banana e arachide, e animali domestici come bovini, suini, polli, cani e gatti.

Queste contaminazioni suggeriscono che la Sindone ha avuto contatti con una varietà di ambienti e organismi nel corso della sua storia. Secondo il professor Barcaccia, la composizione faunistica e floristica è compatibile con contaminazioni avvenute in epoca relativamente recente, non antecedente al Basso Medioevo e con scambi biologici successivi ai viaggi di Marco Polo e di Cristoforo Colombo.

Le sfide dell’analisi metagenomica

Lo studio evidenzia i limiti intrinseci dell’approccio metagenomico. Il DNA analizzato rappresenta una sovrapposizione di segnali biologici accumulatisi nel tempo, il che richiede cautela nell’attribuzione di eventi storici o provenienze geografiche a singoli reperti genetici.

Nonostante queste sfide, le evidenze genetiche integrano, senza sostituirsi, le indagini forensi e i dati storici e radiometrici già disponibili. La datazione al radiocarbonio condotta nel 1988 dai laboratori di OxfordTucson e Zurigo rimane valida, collocando il tessuto tra il 1260 e il 1390 d.C., un periodo compatibile con la prima raffigurazione conosciuta della Sindone, il medaglione votivo di Lirey, databile tra il 1350 e il 1418 e conservato al National Museum of the Middle Ages di Paris.

Questo studio rappresenta un passo avanti significativo nella comprensione della storia e della conservazione della Sindone, offrendo nuove prospettive per future ricerche.

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