Il corteo anti-riarmo di Torino, nato nei giorni 16 e 17 ottobre, ha mostrato ieri una crescita evidente, confermando la continuità del movimento con l’annuncio di un nuovo raduno previsto per il 30 ottobre. I promotori hanno sottolineato che le iniziative non si fermeranno, ribadendo la loro determinazione a proseguire la protesta contro la trasformazione della città in una “fabbrica di armi”.
Il nuovo corteo: 302 identificati, 6 indagati e sequestro dell’impianto audio
Durante la manifestazione di ieri, le forze dell’ordine hanno effettuato un blocco significativo: l’impianto audio è stato sequestrato, provocando la dispersione temporanea del corteo. Nel frattempo, il conteggio delle persone identificate è arrivato a 302, mentre sei soggetti sono stati posti sotto indagine per possesso di oggetti potenzialmente offensivi. Le tensioni si sono concentrate soprattutto in zona Piazza Castello, dove la polizia ha avviato più di tre cariche, inclusa una che ha coinvolto unità della Digos, accusate di aver guidato un veicolo tra la folla in maniera pericolosa.
Fionda, foto di Meloni e altre evidenze
Tra gli episodi più discussi, un giovane è stato fermato per il possesso di una fionda nello zaino, generando ulteriori controlli. Inoltre, una foto della premier Giorgia Meloni è stata incendiata da alcuni manifestanti, trasformando l’immagine in un simbolo di dissenso. Questi avvenimenti hanno alimentato le accuse verso le forze dell’ordine, che sono state descritte come responsabili di “manganellate” e “cariche selvagge”.
Reazioni politiche: la posizione di Mauro Berruto e le critiche alle autorità
Il deputato del Pd Mauro Berruto ha partecipato alla manifestazione, dichiarando di condividere le ragioni dei manifestanti e di voler monitorare la situazione per “trovare un punto di uscita” che non comporti la militarizzazione della città. Berruto ha definito la gestione delle forze dell’ordine come una “deriva autoritaria”, rimarcando che il principio costituzionale deve essere difeso contro ogni forma di autoritarismo.
Le accuse contro la Digos e la polizia
Secondo i relatori delle proteste, un veicolo presunto appartenente alla Digos avrebbe attraversato Piazza Castello in maniera estremamente pericolosa, quasi sbandando tra la gente. Dopo la chiusura del corteo, i manifestanti hanno denunciato una sorta di «caccia all’uomo», descritta come un’escalation di violenza e intimidazione. Le cariche, i blocchi con reti metalliche e l’attivazione di idranti da parte della polizia hanno ulteriormente acuito la percezione di una risposta sproporzionata.
Prospettive per il 30 ottobre: nuovo corteo e obiettivi del movimento
Il prossimo appuntamento, fissato per il 30 ottobre, prevede una nuova manifestazione nella parte centrale della città, con l’obiettivo di rafforzare la denuncia contro il riarmo e la guerra. Gli organizzatori hanno chiesto una presenza massiccia, invitando studenti, lavoratori e cittadini a radunarsi nuovamente. Tra i cartelli più diffusi si legge: «Noi la guerra non la paghiamo. Torino è contro il riarmo» e «Vale ancora la pena lottare», richiami che riecheggiano la frustrazione per la mancanza di risorse destinate a scuola, università e servizi pubblici.
Nel complesso, la protesta di Torino si colloca tra le manifestazioni più accese degli ultimi mesi in Italia, con una forte componente di contestazione sia verso le politiche di difesa nazionali sia verso il modo in cui le forze dell’ordine gestiscono le dimostrazioni. Con 302 persone identificate, sei indagati, numerose cariche e un nuovo corteo in agenda, la città rimane al centro di un dibattito che coinvolge cittadini, istituzioni e partiti politici.



