La vicenda giudiziaria che ha coinvolto il celebre purosangue Varenne si è conclusa con un accordo transattivo tra le parti. Il caso, nato negli anni Dieci, riguardava la presunta commercializzazione illegale del seme del cavallo, all’epoca ospitato in un allevamento di Vigone nel Torinese.
Le origini della controversia
Tutto ebbe inizio con una denuncia presentata da una società napoletana proprietaria del cavallo. L’accusa era che il seme di Varenne fosse stato commercializzato senza il loro consenso. Due persone furono iscritte nel registro degli indagati, assistite dall’avvocato Enrico Calabrese che fin dall’inizio negarono ogni addebito.
La complessa vicenda giudiziaria
La controversia non si limitò al solo ambito penale, ma si estese anche a una complessa disputa di natura civilistica. La società partenopea, rappresentata dall’avvocato Rodolfo Ricca e gli indagati si scontrarono per anni in tribunale. La questione riguardava la gestione e la commercializzazione del materiale genetico di uno dei cavalli più celebri della storia dell’ippica italiana.
Il valore economico di Varenne
Varenne, oltre ad essere un simbolo dell’ippica, rappresentava un valore economico significativo per la sua attività riproduttiva. La società proprietaria sosteneva che alcune dosi di seme fossero state commercializzate senza il loro consenso, mentre gli indagati negavano qualsiasi comportamento illecito.
L’accordo finale
Dopo anni di battaglie legali, le parti coinvolte hanno finalmente raggiunto un accordo. La transazione ha comportato il ritiro della querela e la chiusura del procedimento penale. Un elemento fondamentale dell’accordo è che non vi è stata alcuna ammissione di responsabilità da parte degli indagati.
La conclusione di questa vicenda mette fine a una controversia che aveva attirato l’attenzione non solo per gli aspetti giudiziari, ma anche per il nome leggendario di Varenne, protagonista sia sulle piste che, indirettamente, nelle aule giudiziarie di Torino.



