Negli ultimi sei anni la provincia di Trento ha registrato una contrazione del numero dei bar che è passata da 1.591 attività nel 2019 a 1.448 nel 2025, quasi un calo del 9%. Secondo le analisi fornite da Confesercenti, questa riduzione comporterebbe una perdita economica complessiva di circa 43 milioni di euro per il territorio, oltre a una diminuzione della rete di luoghi di aggregazione sociale.
Il consigliere provinciale di Campobase, Roberto Stanchina, ha chiesto un intervento della Provincia, sfruttando le competenze acquisite con la revisione dello Statuto di Autonomia, proponendo una legge specifica dedicata alla rigenerazione urbana del commercio di prossimità. Il suo invito è stato però subito contestato dall’assessore provinciale Roberto Failoni, che ha messo in guardia contro una lettura troppo semplicistica dei dati.
Diminuzione dei bar registrati e impatto economico
Il calo numerico si traduce in una densità attuale di circa 2,4 bar ogni mille abitanti, rispetto ai 2,7 di sei anni fa. Confesercenti stima che la chiusura di 143 esercizi, se considerata come perdita netta, implicherebbe una diminuzione del PIL locale di circa 9 milioni di euro. Tuttavia, le fonti ufficiali indicano che la variazione di codici ATECO, in particolare il passaggio dal 56.3 (bar) al 56.1 (ristorante), è stato sottovalutato nella conta delle chiusure.
Trasformazione da bar a ristorante
Secondo i dati dell’ISTAT, dal 2018 al 2024 il codice ATECO 56, che raccoglie sia bar sia ristoranti, ha subito una riduzione netta di sole 5 unità in Trento. In questo stesso periodo, 133 bar hanno chiuso, ma 131 ristoranti sono nati, suggerendo una ristrutturazione del settore più che una desertificazione. Il rapporto 2026 della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE) conferma che a livello nazionale circa la metà delle attività che hanno cambiato codice non ha chiuso, ma è diventata ristorazione, con una frequenza di 9 casi su 10 di conversione.
Il dibattito istituzionale: Confesercenti vs Provincia
Roberto Stanchina, citando le proprie analisi, ha proclamato che la perdita di 43 milioni di euro è un dato innegabile e che la Provincia dovrebbe utilizzare le proprie nuove competenze per lanciare una legge d’iniziativa popolare sulla rigenerazione urbana del commercio. L’assessore Failoni ha risposto che non esiste una vera desertificazione, ma un cambio di modello che consente agli esercenti di restare attivi sotto una diversa classificazione. Ha inoltre sottolineato che la Provincia sta già sostenendo 232 multiservizi, inclusi pubblici esercizi, attraverso il modello unico di supporto avviato nel 2020.
Proposte legislative e strumenti di sostegno
La maggioranza provinciale ha già presentato due iniziative concrete: il disegno di legge di Biada intitolato “Interventi per la tutela e la valorizzazione delle attività commerciali al dettaglio, artigianali e di pubblico esercizio” e il bando “Fare impresa in aree a rischio di desertificazione commerciale”, approvato lo scorso venerdì. Tali misure mirano a finanziare aperture, supportare la trasformazione da bar a ristorante e mantenere la presenza di esercizi di prossimità nei centri più vulnerabili.
Le differenze di interpretazione tra Confesercenti e la Provincia hanno reso necessario un confronto più approfondito sui criteri di conteggio e sugli effetti economici, per evitare che le politiche future siano basate su dati incompleti.



