La comunità piemontese e gli organizzatori della Flotilla di terra sono in apprensione dopo la scomparsa di Dina Alberizia, 67 anni, originaria di Albugnano. Secondo le ricostruzioni, la donna è stata vista l’ultima volta mentre cercava insieme ad altri attivisti di ottenere un lasciapassare per attraversare una zona di conflitto in Libia. Il convoglio, diretto a Gaza con aiuti umanitari, è rimasto fermo per giorni a pochi chilometri da Sirte a causa delle restrizioni imposte dalle milizie di Khalifa Haftar, e la situazione sul posto resta molto tesa.
Le difficoltà della missione sono capillari: alle tensioni sul terreno si sommano ostacoli diplomatici e comunicativi. Gli organizzatori riportano che, nonostante i contatti con rappresentanze locali e la richiesta d’intervento del consolato, non si hanno notizie certe da oltre ventiquattro ore sullo stato di salute e sulla posizione di alcuni membri della delegazione. La preoccupazione è aumentata anche per la presenza di diverse centinaia di volontari e per la composizione del convoglio, che trasporta personale medico e materiali destinati alla popolazione civile della Striscia di Gaza.
La dinamica della scomparsa e le prime ricostruzioni
Secondo le informazioni raccolte, la carovana si era fermata a breve distanza da Sirte dopo essere stata bloccata da miliziani che controllano la cosiddetta buffer zone tra la Libia occidentale e orientale. In un tentativo di ottenere il permesso al transito, Dina Alberizia e altri dieci attivisti si sarebbero allontanati dal convoglio per incontrare i mediatori locali; da quel momento le loro tracce si sono perse. I coordinatori italiani della missione hanno segnalato che nemmeno il consolato è riuscito a ottenere risposte certe dalle autorità locali, aumentando l’ansia dei familiari e dei compagni di viaggio.
Testimonianze e richieste internazionali
La coordinatrice italiana della Flotilla ha espresso pubblicamente la propria preoccupazione, denunciando la difficoltà di instaurare un dialogo efficace con le forze sul terreno. Nel frattempo, fonti locali riferiscono che la donna potrebbe essere stata detenuta e trasferita a Bengasi, dove ci sarebbe il rischio di un procedimento giudiziario a carico di chi è stato fermato. Le autorità della missione insistono invece sulla necessità che gli aiuti non vengano requisiti e che sia garantita la destinazione finale prevista: Rafah e la Striscia di Gaza.
Composizione del convoglio e ostacoli logistici
La missione di terra muove decine di mezzi e centinaia di persone: secondo i racconti, tra i veicoli figurano dieci pullman, quindici ambulanze e cinque unità attrezzate come case mobili, oltre a un ampio gruppo di operatori sanitari, tecnici e volontari. Altre fonti parlano di circa 300 partecipanti provenienti da diversi Paesi del Maghreb e da nazioni internazionali, inclusa una folta rappresentanza turca e una piccola delegazione italiana. Il convoglio è partito dal Marocco e ha tentato di proseguire malgrado una campagna mediatica locale tesa a delegittimare la missione.
Le trattative con le autorità di Haftar
Gli organizzatori affermano di aver cercato più volte un accordo, coinvolgendo anche la Mezzaluna Rossa locale per garantire un passaggio sicuro degli aiuti e dei medici attraverso il valico egiziano di Rafah. Tuttavia, le richieste sono state respinte e, in alcuni casi, le autorità avrebbero chiesto che le forniture venissero consegnate alle milizie di Haftar, proposta rifiutata dai volontari. Al contempo, sul piano mediatico sono circolate anche immagini manipolate con intelligenza artificiale per screditare la delegazione, secondo i responsabili della missione.
Persone coinvolte, rientri e resistenza della carovana
Tra i membri della delegazione rimasti sul posto c’è un’altra attivista piemontese, Giuseppina Branca, residente a Cannero Riviera, che insieme ad altri volontari continua a presidiare il campo della missione. Al contrario, alcuni partecipanti hanno fatto rientro in Italia: è stato confermato il ritorno di Adriano Veneziani, residente a Torino, che nei giorni precedenti era rimasto coinvolto in un episodio separato in mare aperto davanti a Cipro.
Conseguenze e appelli
La vicenda solleva interrogativi sulla sicurezza delle operazioni umanitarie in zone dove il controllo è frammentato e dove gruppi armati possono imporre condizioni sulla destinazione degli aiuti. Gli organizzatori ribadiscono che l’obiettivo primario è assicurare che le forniture mediche e i beni di prima necessità raggiungano la popolazione di Gaza. Nel frattempo, familiari, colleghi e autorità locali aspettano aggiornamenti sul destino di Dina Alberizia; la richiesta principale è di trasparenza e di garanzie che permettano a operatori umanitari e volontari di muoversi in sicurezza.
La situazione resta in evoluzione: ogni sviluppo relativo alle trattative con le milizie, alla posizione dei detenuti o all’eventuale autorizzazione al passaggio degli aiuti sarà determinante per definire i prossimi passi della missione e per rispondere alle preoccupazioni sollevate in Italia e all’estero.