Nel mese di maggio 2025 le forze dell’ordine di Torino hanno avviato un’investigazione che ha fatto luce su una struttura apparentemente innocua: una palestra di box. Le indagini sono scaturite da una confessione fatta da un tossicodipendente, il quale ha descritto nei minimi dettagli il modo in cui si approvvigionava di stupefacenti nella capitale piemontese.
Il nome che più volte è stato associato a questo luogo è quello di Davide Lacerenza figura ormai divenuta quasi leggendaria nella zona. Lacerenza, ex pugile e gestore della palestra, è stato citato più volte nelle conversazioni degli indagati, suscitando l’interesse dei magistrati, che hanno iniziato a esaminare la possibile connessione tra la struttura sportiva e il traffico di cocaina.
Le dichiarazioni che hanno innescato le indagini
Un informatore ha dichiarato: “Qui comandano i sinti – constata un indagato – Non li puoi beccare, capito? Perché loro… Comandano solo, hai capito? Cioè loro hanno i soldi, prendono magari 10 chili di cocaina, metti a 20mila euro al pacco”. Questa testimonianza ha spinto gli inquirenti a concentrarsi su una rete capace di muovere quantità considerevoli di droga e milioni di euro in guadagni illeciti. Gli avvocati difensori – Enrico ScolariEmanuele ZanaldaCelere Spaziante e Massimo Rabaldo – hanno contestato le accuse, ma le prove raccolte hanno continuato a crescere.
Il profilo dell’informatore
L’informatore, identificato come tossicodipendente in fase di riabilitazione, ha fornito dettagli sul circuito di approvvigionamento della droga, indicando che la palestra di box veniva utilizzata come punto di incontro per la consegna dei pacchi da 20 mila euro ciascuno. Il suo racconto ha confermato l’esistenza di una struttura organizzata, capace di gestire anche decine di chili di prodotto.
Il funzionamento della rete di spaccio nella palestra di box
Secondo le ricostruzioni delle autorità, la organizzazione operava con un modello gerarchico: i capi – soprannominati “i sinti” – coordinavano la logistica, mentre la palestra serviva da copertura legittima per il trasporto e la distribuzione di cocaina. Le transazioni prevedevano pacchi da circa 10 chili, venduti a un prezzo che oscillava intorno ai 20 mila euro, cifra che permetteva di generare guadagni rapidissimi. Il denaro era poi riciclato attraverso attività commerciali legate al mondo dello sport, rendendo difficile il tracciamento.
Sequestro di 117mila euro e blocco dell’organizzazione
Le perquisizioni condotte nelle sedi della palestra e negli appartamenti degli arrestati hanno permesso di confiscare 117mila euro in contanti, oltre a una consistente quantità di materiale probatorio. Con il sequestro, le autorità hanno potuto bloccare l’operazione, interrompendo la catena di approvvigionamento e arrestando tutti i soggetti coinvolti. I nomi e i profili degli arrestati sono stati resi pubblici, evidenziando la diversità dei ruoli all’interno della rete, dal gestore della palestra ai corrieri.
L’operazione, ancora in corso, rappresenta una delle più importanti azioni contro il spaccio di stupefacenti nella storia recente di Torino. La luce gettata su una palestra di box trasformata in epicentro di traffico di cocaina segnala il livello di sofisticazione che le organizzazioni criminali possono raggiungere, sfruttando attività lecite per mascherare operazioni illecite. Le indagini continueranno a seguire le tracce finanziarie e i possibili legami con altre realtà criminali del territorio.



