La vicenda giudiziaria legata all’ex centro sociale Askatasuna è tornata in aula con richieste pesanti da parte della Procura generale di Torino. I procuratori generali Giancarlo Avenati Bassi e Manuela Pedrotta hanno avanzato una richiesta complessiva di circa 47 anni di carcere per i militanti imputati, sollecitando al tempo stesso il riconoscimento dell’associazione per delinquere come figura giuridica contestata.
Nel nodo centrale del procedimento c’è il contrasto fra l’impostazione della sentenza di primo grado e la nuova ricostruzione accusatoria in appello: mentre i giudici di primo grado avevano escluso il carattere associativo dell’attività contestata, la Procura chiede ora un inquadramento che parli di gruppo organizzato e di ruoli definiti all’interno del centro sociale.
Richiesta della Procura generale e motivazioni
I magistrati hanno delineato una configurazione interna ad Askatasuna che, a loro avviso, corrisponderebbe a una struttura stabile dedicata alla commissione di reati. Nella requisitoria i due procuratori hanno parlato espressamente di “Un gruppo con ruoli e una catena di comando”, sottolineando la presenza di leader e di una precisa distribuzione dei compiti. La tesi accusatoria attribuisce al gruppo la pianificazione e la preparazione di manifestazioni violente contro i cantieri della Torino-Lione in Valle di Susa, inserendole in un disegno coordinato.
Elementi contestati circa l’attività del centro sociale
Secondo la Procura generale, alcune iniziative contestate non sarebbero azioni isolate ma il frutto di una pianificazione condivisa: in questa ricostruzione una “frangia violenta con dei leader e dei ruoli ben definiti” avrebbe operato internamente al centro. I magistrati hanno inoltre affermato che il gruppo “ha utilizzato le attività lecite di Askatasuna come schermo“,” una frase che riassume il sospetto di uso strumentale delle attività pubbliche del centro per coprire comportamenti illeciti.
Il quadro processuale: numeri e decisioni pregresse
Il processo di primo grado si era chiuso il 25 marzo 2025 con diciotto condanne su un totale di ventisei imputati. In quella sentenza erano state inflitte pene comprese tra cinque mesi e quattro anni e nove mesi di reclusione per reati minori, ma non era stato riconosciuto il reato associativo. La contestazione dell’associazione sovversiva, più grave, era invece già caduta nelle fasi preliminari per effetto delle decisioni del Tribunale del Riesame e della Corte di Cassazione.
Ora la Corte d’appello è chiamata a valutare se condividere la nuova impostazione della Procura generale o confermare la linea del primo grado: le richieste dei magistrati riguardano sedici imputati per l’ipotesi di associazione per delinquere, mentre altri due sono accusati di reati di minore entità. Le pene proposte vanno da dodici mesi a cinque anni di reclusione a testa.
Il contesto dello sgombero e le posizioni degli imputati
L’ex centro sociale Askatasuna, occupato per quasi trent’anni, è stato sgomberato alla fine del 2025. Gli imputati hanno sempre respinto le accuse, contestando la ricostruzione accusatoria e difendendo il carattere delle attività svolte. La disputa processuale dunque non riguarda soltanto le singole condotte contestate, ma anche la qualificazione giuridica complessiva dell’organizzazione interna al centro sociale.
La Corte d’appello dovrà ora esaminare le argomentazioni della Procura generale e le istanze difensive, decidendo se riconoscere l’associazione per delinquere come fattispecie applicabile ai fatti contestati o confermare l’assetto del primo grado. Nel corso del procedimento restano fermi i princìpi della presunzione di non colpevolezza fino a un accertamento definitivo delle responsabilità.
Gli sviluppi di questo appello rappresentano una tappa importante per definire i confini fra protesta politica, attività sociali e responsabilità penale in relazione alle mobilitazioni contro la Tav e alle occupazioni storiche di spazi urbani. La decisione della Corte d’appello avrà impatti non solo sulle pene richieste — circa 47 anni complessivi secondo la Procura — ma anche sulla lettura giuridica delle dinamiche organizzative interne ad Askatasuna.



