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Blackout estivi: le criticità della rete elettrica e le storie di chi ne paga le conseguenze

Dai generatori a gasolio di San Mauro alle storie di chi, come Gabriele Vailati, rischia la vita durante i blackout, un viaggio nelle contraddizioni della transizione energetica.

Blackout estivi: le criticità della rete elettrica e le storie di chi ne paga le conseguenze

L’estate del 2026 ha portato con sé un’ondata di caldo che ha messo a dura prova la rete elettrica italiana. A San Mauro Torinese e Sesto San Giovanni, i blackout prolungati hanno evidenziato le criticità di un sistema che fatica a reggere i picchi di domanda. Ma dietro i disagi quotidiani si nascondono storie di persone per cui l’elettricità non è un comfort, ma una questione di vita o di morte.

San Mauro Torinese: il paradosso del generatore a gasolio

Nella pianura tra San Mauro Torinese e Settimo, alcuni cittadini hanno notato la presenza di un generatore a gasolio installato per garantire l’alimentazione elettrica durante i blackout. L’immagine del generatore in fase di rifornimento ha scatenato un acceso dibattito online. Da una parte, c’è chi lo considera una soluzione necessaria per tamponare l’emergenza; dall’altra, chi lo vede come il simbolo di un paradosso contemporaneo mentre si parla di transizione ecologica e rivoluzione green, la risposta immediata ai guasti della rete è ancora un motore a gasolio.

Negli ultimi giorni, San Mauro, come Torino e altri comuni della cintura, ha fatto i conti con interruzioni di corrente prolungate, soprattutto a causa dell’uso massiccio di condizionatori e sistemi di raffreddamento. La sindaca Giulia Guazzora ha definito i blackout inaccettabili ricordando gli anziani bloccati in casa, gli esercenti impossibilitati a lavorare e le persone con necessità di cure rimaste senza corrente per oltre dodici ore.

La domanda sulla rete del futuro

Il generatore a gasolio ha sollevato una domanda cruciale: quale rete serve a una città che consuma sempre più elettricità? Una città che deve affrontare estati più calde, abitazioni sempre più dipendenti dal raffrescamento e attività economiche legate a frigoriferi, macchinari e dispositivi sanitari. Il dibattito online si è allargato rapidamente, toccando temi come il nucleare e la capacità delle infrastrutture di reggere il presente.

Il vicesindaco Matteo Fogli ha ricordato che, anche ipotizzando di puntare sui piccoli reattori di nuova generazione, servirebbero almeno dieci anni prima di vedere effetti reali. Il problema, oggi, è la rete, la distribuzione e la capacità di reggere i picchi. È il potenziamento delle linee, la manutenzione e la programmazione prima che arrivi l’emergenza.

Sesto San Giovanni: la storia di Gabriele Vailati

La sera del 25 giugno 2026, Lucia Mauro ha iniziato a chiamare ogni numero possibile. Sua figlio Gabriele, 31 anni, affetto da atrofia muscolare spinale dipende da un ventilatore polmonare per sopravvivere. Quattro ore senza corrente significano una corsa contro il tempo per Gabriele. Il blackout che ha colpito Sesto San Giovanni quella sera ha raggiunto un limite che non si poteva ignorare.

Il ventilatore polmonare di Gabriele ha un’autonomia limitata di poche ore, e senza corrente non può funzionare. Inoltre, il materasso antidecubito che gli permette di stare a letto senza sviluppare lesioni gravi è anch’esso alimentato elettricamente. Lucia ha cercato aiuto ovunque, ma nessuno è riuscito a fornirle un generatore. L’unica risposta che ha ricevuto è stata quella di portare Gabriele in ospedale.

Le lacune del sistema

La storia di Gabriele Vailati illumina una realtà che l’Italia conosce ma preferisce non guardare troppo da vicino. Nel paese ci sono migliaia di persone che dipendono dall’elettricità per sopravvivere. Ventilatori polmonari, concentratori di ossigeno, apparecchi per la dialisi domiciliare, pompe per infusione continua e monitor cardiaci sono solo alcuni dei dispositivi medici critici che dipendono dall’energia elettrica.

Il Ministero della Salute aveva affrontato il tema già nel 2011 con un decreto specifico che individuava le apparecchiature medico-terapeutiche alimentate ad energia elettrica necessarie per il mantenimento in vita di persone in gravi condizioni di salute. Tuttavia, riconoscere un problema e risolverlo sono cose molto diverse. La Protezione Civile indica che in caso di blackout domestico con apparecchi medici elettrici, è necessario chiamare il 118 immediatamente. Ma nella pratica, i servizi di emergenza sotto pressione non sempre riescono a rispondere in tempo.

Il rischio non è teorico. Il blackout più esteso della storia italiana risale al 28 settembre 2003, quando un guasto originato in Svizzera lasciò senza elettricità l’intero paese per ore. Il Piano di Emergenza per la Sicurezza del Sistema Elettrico prevede che in caso di crisi del sistema elettrico nazionale possano essere attivate interruzioni pianificate, con criteri di rotazione tra le utenze e preavviso minimo di 30 minuti. Trenta minuti non bastano a mettere in sicurezza un paziente dipendente da ventilazione assistita, a trovare un generatore o a organizzare un trasporto d’emergenza.

Quello che emerge dalla storia di Gabriele Vailati e di chi si trova nella sua stessa condizione è un sistema con lacune strutturali che nessuno ha ancora colmato davvero. Le ASL conoscono i pazienti con dispositivi salvavita domiciliari, i fornitori dei dispositivi sanno quali utenti dipendono da quella corrente e i Comuni sanno dove vivono le persone più fragili. Eppure, quando la corrente manca, ognuno sembra aspettare che sia qualcun altro a intervenire.

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