Il 27 ottobre 2026, la Cripta di San Michele Arcangelo in piazza Cavour 12 accoglie la nuova esposizione monografica di Barbara Nejrotti. Intitolata “Dal segno alla voce”, la mostra rappresenta l’ultimo capitolo di un percorso iniziato nel 2014, venti mesi prima del ritorno in scena dell’artista torinese. L’inaugurazione, prevista dalle 18.30 alle 21.00, è realizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale Acribia e con il patrocinio del Comune di Torino, segnando così una perfetta sintesi di arte, istituzioni e territorio.
Una retrospettiva di dodici anni nella Cripta di San Michele Arcangelo
La scelta della cripta, con le sue volte in pietra e la sua atmosfera raccolta, non è casuale. Lo spazio sotterraneo amplifica il dialogo tra materia e luce, creando un ambiente dove le opere di Nejrotti possono essere percepite come oggetti viventi. Dall’esordio nel 2014 fino all’attuale presentazione, la mostra ricostruisce un arco temporale di dodici anni, coprendo le fasi più significative della ricerca dell’artista. Ogni sezione è disposta in modo da invitare il visitatore a passeggiare lentamente, osservando come le forme evolvono e come il tempo si manifesta attraverso l’ombra.
L’arte dello spessore: dal cucito alla tridimensionalità
Al centro del percorso si trova la “Arte dello Spessore”, tecnica nata dall’amore di Nejrotti per il cucito. La procedura prevede l’unione di due tele mediante punti, per poi inserire spessori interni che trasformano la superficie piatta in una struttura volumetrica. La tensione della stoffa diventa corpo, e la luce, colpendo quei rilievi, genera un gioco di ombre che rende la tela stessa un corridoio di percezioni. Nei primi sei anni, le opere mostrano orme, figure sospese e sagome umane, simboli di precarietà e di ricerca di equilibrio.
Il gesto del lockdown
Un punto di svolta avviene con l’opera realizzata durante il lockdown, quando la tela viene cucita direttamente al telaio. Questo gesto elimina la distanza tra tessuto e supporto, concentrando l’attenzione sul rapporto primario tra il materiale e la struttura che lo sostiene. La curatrice Ermanno Tedeschi descrive quell’opera come una “soglia” che invita a riconsiderare il potenziale della tela, trasformandola in un elemento di raccolta e di riflessione.
Luce, ombra e tempo: il dialogo sensoriale nella cripta
Negli ultimi anni la ricerca di Nejrotti si concentra sul conflitto e sulla convivenza di due tipologie di ombra: quella trattenuta nella materia, risultato del cucito, e quella mutevole prodotta dalla luce naturale che filtra nella cripta. Questo doppio gioco temporale – l’ombra fissa e l’ombra in continuo divenire – diventa il cuore della mostra. Il curatore espone il suo intento con una frase d’effetto: «dare corpo all’ombra, al tempo, a ciò che scorre, attraverso opere che chiedono uno sguardo capace di andare oltre la prima impressione». L’ambiente, avvolto dal silenzio e dalla penombra, spinge il pubblico a un’osservazione lenta e quasi tattile.
L’artista stessa commenta: «Questa mostra rappresenta un punto di arrivo, ma soprattutto un nuovo punto di partenza». Guardando indietro alle opere realizzate dal 2014 al 2026, Nejrotti percepisce sia la continuità del percorso sia le nuove strade che si aprono. Il ritorno al curatore che aveva guidato la sua prima retrospettiva aggiunge un elemento di coerenza narrativa, quasi come ritrovare un filo interrotto per ricominciare a tessere.
La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 9, offrendo a chiunque l’opportunità di confrontarsi con un linguaggio plastico che trasforma la luce in materia e la materia in luce, in un perpetuo scambio tra segno e voce.



