Torino è una città nota per la sua industria, i suoi studi universitari e la vivacità delle sue strade, ma dietro questa facciata si nasconde una crisi silenziosa di salute mentale. Negli ultimi anni, le richieste di consulenze psicologiche sono aumentate in modo preoccupante, mentre i sintomi più comuni – come l’ansia da prestazione e la solitudine – spesso passano inosservati. Professionisti, studenti e anziani raccontano di una pressione costante che si traduce in attacchi di panico, insonnia e una sensazione di oppressione al petto che non cede. La realtà è che, sebbene la città continui a produrre, studiare e muoversi, una parte consistente della sua popolazione vive un disagio che “non fa rumore” ma che riempie gli studi dei psicologi.
In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, prevista per il prossimo venerdì, le autorità comunali hanno organizzato un incontro pubblico in Piazza Castello. L’iniziativa vuole offrire uno spazio di ascolto collettivo e rompere il tabù che ancora avvolge chi soffre di depressione. Il Comune, assieme ai Dipartimenti di Salute Mentale del Piemonte ha invitato psicologi, operatori sociali e cittadini a confrontarsi apertamente, sperando di trasformare la paura in condivisione.
Dati allarmanti: 370 mila torinesi nella morsa della depressione
Secondo le ultime rilevazioni, più di 370.000 abitanti di Torino sono affetti da depressione una cifra che rappresenta quasi il 20 % della popolazione cittadina. Su questa base, circa 850.000 persone sono seguite dai Dipartimenti di Salute Mentale del Piemonte evidenziando l’enorme peso che il disturbo psicologico grava sul sistema sanitario regionale. Gli esperti stimano che tra il 20 % e il 25 % dei piemontesi conviva con un disagio non ancora riconosciuto, rimanendo invisibile sia alle istituzioni sia alla cerchia familiare.
Il silenzio di un terzo della popolazione
Un dato ancora più inquietante è che uno su tre torinesi che soffre di depressione sceglie di non parlarne, preferendo tenere il dolore “sotto chiave”. Come testimonia la psicologa Raffaella Santoliquido Sento un peso sul petto che non va via mai è la frase che più spesso riecheggia tra i pazienti silenziosi. Questo silenzio rende più difficile l’intervento precoce e alimenta un circolo vizioso di isolamento e peggioramento dei sintomi.
Chi è più a rischio: profili, testimonianze e le “crisi invisibili”
Le storie raccolte negli studi dei terapeuti torinesi mostrano che la vulnerabilità non ha un’età precisa. Un manager di 48 anni descrive notti interrotte da attacchi di panico e il costante timore di fallire sul lavoro. Una studentessa universitaria, davanti alla soglia degli esami, ha perso i sensi a causa dell’ansia da prestazione. Tra gli anziani, una vedova di 72 anni non parla più se non per salutare il panettiere, dichiarando: Sento un peso sul petto che non va via mai. Queste testimonianze evidenziano come la solitudine e la pressione sociale siano fattori scatenanti comuni, indipendentemente dal ruolo professionale o dall’età.
Iniziativa cittadina in Piazza Castello: un punto di incontro per rompere l’isolamento
Il venerdì 9 ottobre alle ore 18:00, Piazza Castello accoglierà una serie di testimonianze, tavole rotonde con esperti e spazi di supporto emotivo gratuiti. L’obiettivo è quello di fornire informazioni sui servizi di salute mentale disponibili in Piemonte, incentivare la ricerca di aiuto e dimostrare che parlare del proprio malessere è un passo fondamentale per la guarigione. Organizzatori e operatori sperano che la partecipazione popolare possa ridurre la percentuale di chi soffre in silenzio, trasformando il peso sul petto in un segnale di allarme condiviso.



