La corte di Torino ha pronunciato la sentenza nei confronti di quattro giovani coinvolti in una rapina studiata nei dettagli e avvenuta il 6: tre sono stati condannati a pene che arrivano fino a due anni e quattro mesi mentre il quarto ha scelto il patteggiamento ottenendo una pena sospesa con la condizionale. L’episodio aveva come obiettivo una vittima che, secondo l’accusa, era solita portare con sé grandi somme in contanti.
Il processo, celebrato al tribunale di Torino ha visto la presenza dei difensori degli imputati: gli avvocati Luca CavalloRossella PolaGiuseppe CosentinoSaverio Ventura ed Elena Parlatano. In aula il sostituto procuratore Paolo Scafi aveva chiesto pene più severe e aveva invocato l’aggravante per aver preso di mira una persona con disabilità, aggravante che però non è stata riconosciuta dal giudice.
La dinamica dell’aggressione e il bottino
Secondo la ricostruzione processuale, i componenti del gruppo, tutti di nazionalità italiana e con età comprese tra i 21 e i 29 anni, avevano individuato la loro vittima dopo aver appreso che l’uomo, nato nel 1997 era solito girare con somme considerevoli in contanti. Il piano — come emerso negli atti — prevedeva un contatto preliminare per indurlo a portare con sé i soldi e quindi un’imboscata per sottrarglieli fisicamente.
La rapina si è conclusa con il prelievo di 8mila euro dalle tasche della vittima, dopo minacce verbali pronunciate dagli aggressori: “Stai zitto o ti ammazziamo”. I giudici hanno tenuto conto delle modalità e della violenza verbale utilizzata al momento del furto nella valutazione delle pene. L’episodio è stato descritto come pianificato: due dei rapinatori avrebbero appreso casualmente dell’abitudine della vittima, segnalando l’informazione a un terzo che ha organizzato l’agguato con un altro complice.
Reazioni in aula e conseguenze procedurali
All’udienza di ieri gli imputati si sono presentati accompagnati da familiari e fidanzate; il loro abbigliamento, magliette e bermuda che lasciavano intravedere tatuaggi vistosi, è stato notato nell’aula. Dopo la lettura del dispositivo, uno degli imputati si è fermato al bar del palazzo di giustizia dove è stato consolato dalla madre e ha pronunciato, secondo quanto ricostruito, la frase: “Minc*ia, spero che almeno non mi mandino in carcere” prima di chiamare un amico per aggiornamenti sull’esito del processo.
Dal punto di vista processuale, la richiesta del pubblico ministero di riconoscere un’aggravante legata alla condizione della vittima non è stata accolta. Questo elemento ha inciso sulla misura delle pene inflitte; il giudice ha comunque ritenuto sussistenti gli elementi necessari per la condanna per rapina. Un imputato ha scelto il patteggiamento, ottenendo una pena sospesa e quindi non detentiva al momento.
Elementi che hanno determinato la decisione del giudice
Nel motivare la sentenza i giudici hanno considerato la pianificazione dell’azione, il chiaro intento predatorio del gruppo e l’uso di minacce violente al momento dell’aggressione. L’accertamento dei fatti ha fatto riferimento a testimonianze che descrivono la sequenza dei contatti e dell’assalto, oltre alla quantificazione precisa del denaro sottratto: 8mila euro. La provenienza delle informazioni sulla routine della vittima e l’organizzazione dell’agguato sono state elementi centrali nella ricostruzione probatoria.
Il processo ha Resta fermo che l’aggravante contestata dal pubblico ministero, relativa alla vulnerabilità della vittima, non è stata riconosciuta in sentenza.
La vicenda chiude una fase giudiziaria che ha ricostruito nel dettaglio come il gruppo abbia individuato e approfittato dell’abitudine della vittima di portare con sé contanti, trasformando una consuetudine in un bersaglio per una rapina con modalità intimidatorie e violente.



