La ricerca “I luoghi che contano” di Save the Children mette in luce quanto la vita dei più giovani possa dipendere dal quartiere in cui si cresce: a Torino sono quasi 18mila i minorenni che vivono nelle cosiddette aree di disagio socioeconomico urbano, una fetta significativa della popolazione infantile cittadina. Questo studio analizza indicatori chiave come povertà relativa, accesso ai servizi e dinamiche scolastiche per delineare una fotografia delle periferie che richiede attenzione pubblica e interventi mirati.
Nel racconto dei numeri emergono elementi che non possono essere ignorati: dalla maggiore incidenza dell’abbandono scolastico al tasso elevato di giovani NEET (non in istruzione, impiego o formazione). Il rapporto non si limita a Torino, ma inquadra il fenomeno anche a scala metropolitana, chiedendo politiche che contrastino le disuguaglianze territoriali e valorizzino gli spazi socio-educativi nelle aree più fragili.
La fotografia di Torino
A Torino il numero di minorenni che vivono in zone vulnerabili corrisponde a circa il 15% dei giovani residenti: quasi 18mila persone sotto i 18 anni. In queste aree il tasso di povertà relativa familiare raggiunge il 37,6%, un indicatore che rende evidente il divario con il resto della città. La convivenza di condizioni economiche difficili e carenza di opportunità produce effetti evidenti sui percorsi formativi e sulle prospettive di lavoro dei giovani, accentuando così il circolo vizioso dell’esclusione.
Dati scolastici
Sul fronte dell’istruzione emergono segnali preoccupanti: tra gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado delle aree vulnerabili il 13,6% ha abbandonato la scuola o ha dovuto ripetere l’anno, contro l’8,2% registrato in media nel resto del Comune. Inoltre il 20,9% di chi frequenta l’ultimo anno delle scuole medie è identificato come a rischio di dispersione implicita, oltre il doppio della media cittadina. Queste cifre indicano che le opportunità educative non sono distribuite in modo uniforme e che le scelte degli adolescenti sono fortemente influenzate dal contesto territoriale.
Condizione socioeconomica e servizi
Oltre ai fenomeni legati alla scuola, il rapporto segnala una forte presenza di giovani fuori da percorsi di lavoro e istruzione: nella fascia 15-29 anni, il 28,6% nelle aree fragili non studia e non lavora, rispetto al 19,3% medio cittadino. Sul fronte dei servizi scolastici, tuttavia, emerge un dato positivo: nelle zone vulnerabili l’89,8% degli alunni della scuola primaria usufruisce delle mense, una percentuale leggermente superiore all’87,7% della media comunale, segnale che alcuni servizi essenziali riescono a raggiungere le famiglie più in difficoltà.
Il quadro nelle grandi città
La situazione torinese si inserisce in un fenomeno più ampio: nelle 14 città metropolitane italiane circa il 10,3% dei minorenni vive in Adu (aree di disagio socioeconomico urbano), pari a circa 142mila ragazzi e ragazze. Queste zone contengono concentrazioni importanti di disagio: alcuni capoluoghi come Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo ospitano quasi il 73,5% dei minorenni che vivono in Adu, amplificando la questione nelle grandi aree urbane. A livello aggregato si rileva una percentuale di famiglie in povertà relativa superiore al 40% in queste aree, mentre la quota di giovani NEET raggiunge punte intorno al 35,6%.
Implicazioni e proposte
Davanti a questi dati Save the Children chiede interventi strutturali, a partire dalla creazione e dal potenziamento di spazi socio-educativi nelle periferie e da politiche che sostengano la continuità scolastica. La mobilitazione dell’organizzazione si è concretizzata anche nella Biennale dell’infanzia, l’evento Impossibile 2026 in programma il 21 maggio a Roma, dove si è richiamata l’attenzione sulle priorità politiche necessarie per rimuovere le disuguaglianze territoriali.
Un appello per il futuro
La direttrice generale di Save the Children sottolinea che un paese in cui il destino di una bambina o di un bambino è determinato dal quartiere in cui nasce non sta investendo sul proprio futuro. Occorre quindi mettere in campo misure che combinino sostegno economico, servizi educativi e opportunità formative per interrompere il legame tra luogo di residenza e prospettive di vita. Solo così sarà possibile ridurre il divario tra periferia e centro e offrire a tutte le giovani generazioni strumenti reali di crescita.
In sintesi, il rapporto traccia una mappa chiara: le periferie fragili necessitano di risposte integrate e durature che colmino il gap educativo ed economico. Le decisioni politiche e gli investimenti locali saranno determinanti per trasformare questi dati in trend invertebili e restituire ai ragazzi e alle ragazze pari opportunità di apprendimento e futuro.